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Il mondo dopo steve jobs

Il coraggio di cambiare, la madre di tutte le mie preoccupazioni. #isday

Lo ribadisco, a me piacciono i treni lenti e #notav. Nessun treno sconfiggerà mai i bit: un mondo intelligente ridurrà lo spostamento delle merci, rivaluterà le filiere corte e i prodotti locali, utilizzerà il digitale per rendere più efficienti i trasporti, accorpando e razionalizzando i flussi. Cosi calcoleremo meglio anche i viaggi dei treni, che potranno prendersela comoda.

E poi, miniaturizzeremo molti oggetti, ne disidrateremo altri; i vuoti non torneranno indietro perché non ci saranno più, i rifiuti verranno smaltiti in loco. Dimuinuiranno i volumi e aumenterà la qualità. Non avremo più cisterne piene di combustibili, perché useremo il sole o l’elettricità, a volte il vento o la geotermica. Non sposteremo bilici di ferraglia, perché le auto saranno più intelligenti e sicure, quindi più leggere, e con le loro gomme riciclate faremo borse o poltrone.

Oggi dovremo seriamente parlare di questo, non delle farneticazioni di qualche stampatore di volantini. Contemporaneamente qualcuno dovrebbe discutere con chi fa salire lo spread, e farlo smettere, perché la regola “se qualcuno ci perde è perché un altro ci guadagna”, ebbene, questa regola, oramai, l’abbiamo afferrata tutti.

Non si può mantenere lo status quo, fatto di immense sperequazioni, di ingiustizie palesi, di conservazione dei privilegi: serve coraggio, serve modernità. Serve fatica e lavoro, e preoccuparsi del benessere collettivo, della felicità degli altri. Bisogna rompere gli schemi, non demolendo tutto ma cambiando tutto, ogni giorno un po’, con coraggio.

Una conquista del nostro mondo occidentale è il dialogo: non si distruggono i paesi con le guerre, neppure con quelle finanziarie. Se un padre greco non ha cibo per sfamare i suoi figli, allora ci si ferma e tutto viene messo in discussione; non si umiliano i deboli, non esiste legge o banca che prevalga sulla dignità delle persone.

In questi giorni ci è stato chiesto di contribuire alla formulazione di proposte concrete per rilanciare l’Italia, per ripartire da capo, come in una start up. Ecco, io penso che si debba fare come in una start-up, stabilire un obiettivo ed un metodo.

1) Vogliamo far lavorare tutti, e aiutare le nuove generazioni: un cantiere, anche in Italia, finisce, un sistema strutturale rimane e cresce. Quindi, il focus è sulla costruzione di un nuovo modello, dove si spende se si ha una visione di lungo periodo, quella con meno traffico su strade e ferrovie e più intelligenza digitale.

2) Più economia, meno finanza. Una start up può attirare anche grandi finanziamenti, ma il redde rationem è economico: se non arrivano i numeri, se il saldo non è positivo, prima o poi si spegne. Anche Instagram non ha dimostrato nulla, Facebook ha scommesso un miliardo di dollari ma non è stata generata nessuna ricchezza, si è solo trasferito del denaro. Quindi va disincentivata la generazione di denaro con il solo denaro, chi ha i soldi deve metterli in circolazione investendo e creando nuove opportunità di lavoro; se sceglie di non farlo deve subire una tassazione pesantissima (ovvero, il contrario di quello che capita oggi). Nessuna start-up smette di investire e specula, se non vuole fallire.

3) Il team. Una start up ha bisogno delle persone giuste, capaci di crescere e motivate. Nessuna start-up tollera dei founders che si regalano stipendi di lusso, anzi, è buona regola che non guadagnino nulla prima di aver fatto quadrare i conti (e dopo aver pagato anche l’ultimo degli stagisti). Nessun Presidente del Consiglio o Ministro o civil servant è credibile se guadagna più di quello che gli serve per la stretta sopravvivenza, tanto più in un momento così; poi, se si raggiungono gli obiettivi e se si è lavorato bene, sarà possibile anche ottenere qualche sobrio riconoscimento (sobrio, non 1000 euro al giorno di pensione)

4) Il network. O le cose si fanno tutti insieme, o si perde tutti. Nessuno può godere se gli altri soffrono, Google non esisterebbe senza i milioni di siti che usano AdWords, Apple sarebbe poca roba oggi senza musica, 3G e wifi. Non facciamo salti di qualità se un manager pubblico non può essere sfiduciato dai suoi azionisti (i cittadini); se Equitalia può comunque notificare fuori tempo massimo; se gli Uffici per le Relazioni con il Pubblico non sono accessibili facilmente; se non esiste online un sito sul Patrimonio Artistico Nazionale. Insomma, digitalizzare la televisione ha fatto cambiare apparecchio a milioni di persone, che hanno imparato ad usare un decoder ed a sintonizzare i canali; non si potrebbe digitalizzare lo Stato e costringere milioni di piccole, medie e grandi aziende a cambiare un po’ le abitudini? Non c’è neppure bisogno di sovvenzioni, sono cambiamenti che hanno un impatto economico positivo immediato.

Non esiste uno startupper che si possa permettere di non pensare in grande: occorre essere un po’ matti, un po’ laterali nel pensiero, un po’ presuntuosi; disruptive, dicono nella baia. Così, con l’idea di costruire tutti i giorni un pezzo, piccolo, di un progetto gigantesco, così forse ne usciremo. E ci godremo, felici, una vecchia vaporiera che sfiora la Valle di Susa, portando centinaia di turisti sorridenti al parcheggio di una Fiat Solar Cabriolet.

Un ragazzo di 40 anni

Questa mattina le mie bimbe sono venute a cantarmi tanti auguri, ed io ho pensato che non voglio invecchiare prima di vederle sorridenti per la loro strada. Giulia mi ha detto che mi ama, e non ha aggiunto “ancora”.

Forse imparerò ad accettare che quelli di vent’anni mi diano del lei, ma per il posto sull’autobus c’è ancora tempo; forse mia mamma smetterà di comprarmi scorte di calze, vero è che non ricevere più il pacchettino misto lanacotone mi intristirebbe. Forse mio papà rifletterà sui nostri 110 anni in due, prima di prodursi comunque nel nostro pezzo preferito maracas-bonghi, per la gioia delle bimbe e la disperazione dei vicini.

Non userò più qualche maglietta con le scritte grandi, mi scoraggiano i vecchi con il treppiede e la t-shirt “sex instructor”; un dolore al braccio destro non sarà più un dolore al braccio destro, ma il sintomo di un imminente tracollo cardiocircolatorio.

Da oggi ho la certezza di non poter essere più sovvenzionato per la mia età, ci ho pensato tardi; sono entrato nel target delle newsletter di cialis e viagra, che comunque cestinerò sprezzante. I miei capelli finalmente sono grigi nel momento giusto, e la prestazione sportiva deludente sarà meglio giustificabile.

In un’altra epoca o in qualche tribù africana sarei, statisticamente, già morto; oppure mi troverei circondato da incensi in un tepee, e mi toccherebbe imporre le mani a giovani spose o vaticinare su raccolti e fenomeni atmosferici. I sorrisi che riceverò saranno sempre più asessuati, le conversazioni a tasso ormonale calante.

La plasticità neuronale oramai è quella, c’è poco da fare; però so di essermi esercitato, leggo i libri tutti interi anche se sono scritti piccoli e su tante pagine. In auto metto “Back in black” a tutto volume e suono la batteria con i piedi, ma non cambio con un pugno se all’improvisso la radio sceglie “Guido piano” di Concato.

I miei amici mi sopportano ancora, addirittura mi vogliono bene. Vedo allo specchio molti segni del tempo, poi guardo Bart inciso sulla spalla e non rimpiango, anzi; non so se sono libero, ma ci provo. Rock ‘n roll.

31.411 euro (lordi); Bondi, inizi tagliando la pensione di Amato…

Il momento è davvero faticoso, e si cercano persone competenti per trovare soluzioni. Però, se nessuno pensa alle soluzioni facili, allora viene qualche sospetto.

Non si può annunciare un incarico ad Amato, sottolineando trionfalmente che sarà pro bono, senza ricordarsi della pensione di 1.000 euro al giorno di cui il medesimo gode. Ora, Giuliano Amato ha 74 anni, è diventato deputato nel 1983, è stato più volte ministro e presidente del consiglio: diciamo un uomo dello Stato nel senso migliore, quindi che aspetta a dare il buon esempio e, come insegnano i migliori, ad iniziare da se stesso?

Enrico Bondi, 78 anni, potrebbe iniziando con l’individuazione delle priorità: serve anche un po’ di demagogia, a questo Paese nervoso. Si metta un tetto (anche pro tempore) ai trattamenti pensionistici, non so se i 5.000 euro al mese suggeriti da Grillo hanno un senso, e si inizi a mettere da parte il denaro necessario per chi ha difficoltà. Si valutino anche retroattivamente i comportamenti dei manager pubblici, in fondo alle banche di Parmalat si contestavano comportamenti del passato…

Infine Giavazzi, il ragazzo (63 anni); non è complicato, nessun aiuto pubblico in nessuna forma, diretta o indiretta, ad aziende che corrispondano al top management compensi superiori a tre volte quello medio degli altri dipendenti. Chi vuole chiedere alla collettività inizi a ridurre la sperequazione in casa propria, nessuno presta i soldi, neppure ad un amico, se servono per comprarsi una porsche…

Lo so che indicare l’età dei tre nuovi “tecnici” sembra voler esprimere una critica, ma è più una perplessità: io non appartengo agli esaltatori del giovanilismo ad ogni costo, ma escludere così sistematicamente le idee nuove, anche potenzialmente disruptive, non è un segno evidente di ottuso conservatorismo? Ottuso, in effetti, esprime una critica.

Il curriculum secondo Formigoni

Come ha deciso, il Presidente Formigoni, di far eleggere Nicole Minetti inserendola nel suo listino blindato? “Ho chiesto chi fosse, mi hanno detto che era una ragazza acqua e sapone, una che si era laureata mantenendosi gli studi facendo l’igienista; ho anche chiesto a Don Verzè, che ha confermato”.

Io spendo molto tempo a raccontare ai ragazzi con cui lavoro che, alla fine, il merito prevale, che bisogna tener duro, non mollare, non fuggire all’estero, non fare le vittime. Consiglio loro anche di non perdere tempo vedendo la tv, spero che mi abbiano dato retta, almeno questa sera.

Social or not social, questo è il problema? Deejay chiama twitter…

Mi ha molto sorpreso sentirmi chiedere “perché Linus ce l’ha con twitter?” (ndr, ho lavorato a Radio Deejay per più di un lustro); allora mi son letto qualche suo post recente, e dissento sulla sostanza (capitava anche in passato :).

Twitter è un luogo dove si scambiano opinioni veloci, freddure, a volte seguendo un tema, o il tema del momento, a volte tentando di attirare l’attenzione: la cosa più simile alla radio, ed in particolare a Deejay Chiama Italia, che mi possa venire in mente. Non parlo ovviamente di qualità dei contenuti, non avrebbe senso. Parlo di struttura della comunicazione, di come le interazioni ed i contenuti vengono organizzati.

Non a caso Nicola (Savino) usa twitter più o meno come fa la radio: non inventa, ma commenta, spesso con una battuta fulminante, veloce. Perché è abituato, a reagire in fretta con 144 caratteri, ovvero pochi secondi di voce. Gli argomenti di Deejay Chiama Italia sono i #trendtopic del momento, le voci principali sono due (e su twitter sono i più seguiti, quelli con più follower), poi vengono chiamati in causa quelli che hanno scritto un sms o una mail pertinente (ovvero, i retweet più interessanti).

Twitter si legge più o meno come si ascolta la radio, si fa molto zapping, se una discussione annoia si cambia; peraltro, questa possibilità di scegliere impedisce di lamentarsi di questo o quel contenuto (anche a me non interessano le turbe di Rihanna, peraltro neppure la sua musica, che Deejay invece non disdegna…).

Insomma, una sola differenza davvero è dirompente: su twitter non c’è differenza tra chi scrive e chi risponde, se ai follower di Fiorello non piace quel che lui dice, Fiorello dovrà sopportare di vedere pubblicate migliaia di critiche. Per criticare una cosa detta in radio si utilizza un altro strumento, Deejay non permette una comunicazione circolare, fa il mestiere dell’editore, ovvero sceglie quello che deve essere pubblicato (detto); Linus, non lo ha mai nascosto, applica questo modello anche al suo blog, che è gestito come un fan club e non come un luogo aperto di discussione.

Quindi, il problema non è twitter, ma se piaccia o meno la faticosa gestione che la democrazia, più o meno imperfetta, di twitter comporta: ovviamente un broadcaster deve fare un mestiere diverso, ovviamente non è garantito che ai nativi digitali piacciano ancora per molto le selezioni alla porta, sarà per quello che @radiodeejay ha più di 600.000 follower e lancia, con buona pace del suo direttore, un tweet sulla morte di Piermario Morosini…

#Digitalia, capitolo 1: culturaitalia.it, non era uno scherzo?

www.culturaitalia.it, ho visto per caso una noiosissima presentazione su un canale satellitare, per intenderci, una di quelle celebrazioni dirigenziali con i funzionari e gli impiegati fantozzianamente schierati a favore di telecamera.

Ora, che cos’è Cultura Italia? Non lo so, non l’ho capito. Ho trovato un database con migliaia e migliaia di schede, senza un’organizzazione logica, una georeferenziazione, un tentativo di suggerire un percorso. Come un’enciclopedia casuale del nostro immenso patrimonio artistico compilata da un vecchio scrivano ministeriale, che, con penna e calamaio, utilizza espressioni come “risorsa multimediale”, “identificatore”.

“2,5 milioni di risorse culturali che diventeranno 4 milioni, un aggregatore nazionale di contenuti, una costola di Europeana, più che un portale un piano di azione avviato nel 2005 che ha dato vita a 150 siti web ed al collegamento di 500 istituti”, numeri numeri numeri, una valanga di roboanti cifre che dimenticano, però, le più interessanti. Per realizzare 150 siti web e realizzare un’infrastruttura che ha abbattuto (sic!) di 5 milioni il costo della fonia tra istituzioni (mah!) sono stati spesi 9 milioni di euro, di cui 1,3 milioni solo per realizzare questo portale, che è “molto meglio di Google”.

Detto che un database serve solo se è utilizzabile, e che skype è gratis, si può davvero pensare che a febbraio 2012 il Ministero dei Beni Culturali si esponga così al ridicolo, senza fare due telefonate (che so, ad un nipote con l’iphone, per dire).

O anche, perché qualcuno non copia e basta, ad esempio www.monuments-nationaux.fr; che non è solo un buon sito, ma produce anche delle pubblicazioni per noi incredibili, come la Guida al patrimonio francese, che per 15 euri mette in fila i 2500 siti turistici tutelati dallo Stato, rimandando per ciascuno a guide approfondite o ad apposito sito internet. Non so quant’è costato questo lavoro, so che è fatto bene e senza trombonate. E so che i visitatori dei suddetti siti sono aumentati del 5,5% nel 2011, anno non facile, e che l’ente unico di gestione ha un budget di 120 milioni di euro, in buona parte autofinanziati.

Quindi, cose semplici: persone competenti, remunerate sulla base di piani operativi legati ad obiettivi e risultati; vietato parlarsi addosso, nessuna conferenza stampa per 1 anno, solo pubblicazione puntuale sito per sito di obiettivi, visitatori etc.; molto digitale, molto lavoro sull’incoming, molta attenzione ai navigatori stranieri (inglese? cinese?), pubblicazioni digitali etc. Per un anno non finanziamo più sagre della porchetta e affini, stabiliamo delle priorità, restauriamo e valorizziamo, lavoriamo sul territorio, creiamo tante unità locali di giovani lavoratori che conoscono il dipinto, il palazzo, il piccolo museo, diamo loro strumenti e soldi per avviare una microimpresa, poi starà alla loro bravura e competenza farla crescere (e, con lei, tutto l’indotto turistico della cultura).

Sarà così difficile? Toccherà anche lavorare, ma non sarà peggio che a Google…

La cabina e l’ombrellone

Tutti noi abbiamo le nostre piccole manie, un feticcio che conserviamo gelosamente, una vecchia maglietta lisa che ci ricorda un amore lontano.

Io conservo gelosamente dei vecchi gettoni telefonici, forse inconsciamente sperando che un giorno, come azioni Apple (che ho venduto in un giorno troppo lontano), il loro rinnovato valore mi sollevi dalle contingenze quotidiane. Ogni tanto però ne metto uno in tasca, pensando che forse, in un angolo lontano dela Barbagia, potrà ritrovare la vita in un vecchio apparecchio.

Ed ecco che questa mattina una notizia, all’improvviso, ha rinfocolato la speranza: la città che ha ospitato i miei primi ruttini, e dove fortunatamente sono nati anche molti geniacci che hanno innovato seriamente, ebbene Torino ha da oggi la sua cabina intelligente.

Riporto da www.cabinaintelligente.telecomitalia.com : Telecom Italia e il partner Ubi Connected danno avvio a un progetto di sperimentazione della Cabina Intelligente, anche per raccogliere la sfida delle “Smart Cities” e degli “Smart Services”. Prima ancora che una nuova postazione fisica, la Cabina Intelligente configura un nuovo modo di erogare, attraverso più tecnologie in modalità “open platform”, una molteplicità di servizi. In questa fase di trial, la Cabina Intelligente è dotata di funzionalità di base: oltre al telefono, grandi schermi LCD, videocamere, touchscreen, Wi-fi, ricarica elettrica e una piattaforma per l’accesso ad alcuni servizi comuni e specifici per il comune in cui è installata. La sperimentazione parte da Torino, ma coinvolgerà in breve altre città. Il progetto della Cabina Intelligente vuole essere per Telecom Italia anche un nuovo modo di fare innovazione: non è un progetto chiavi in mano, ma un contenitore fisico-tecnologico aperto, destinato a riempirsi progressivamente con il contributo proattivo di chi vorrà divertirsi a darci le proprie idee.

Non dice nulla dei gettoni, e spero davvero di realizzare un sogno; messa così sembrerebbe un enorme smartphone finto, che ha anche la caratteristica di ripararti dalla pioggia. Non è esattamente una cabina, perché è un contenitore fisico aperto, quindi è più un ombrellone. Si possono usare un sacco di app installate sul tuo telefono, ricaricare lo scooter spiando che cosa fanno gli altri, salutare tuo cugino che sta alla centrale operativa dei vigili urbani. Certo, sarebbe bello raccogliere la sfida delle smart cities, quelle che mettono a disposizione delle piattaforme open per consentire agli sviluppatori di creare nuovi servizi di pubblica utilità, linkando fonti diverse e pensando a tutte le tecnologie disponibili; infatti il Contest Cabina Intelligente recita, tutto in positivo:

> non sono consentiti pop-up
> non è consentito l’utilizzo di flash o silverlight
> la programmazione dovrà essere in HTML 5 
> l’app sviluppata dovrà essere compatibile con Firefox 10 
> non si possono usare link che puntino all’esterno dell’applicativo utilizzato.

#OccupyCabinaIntelligente, Vla23 ti voglio bene in questi momenti così difficili.




In attesa di un’idea, riorganizzo. Strategie manageriali.

Qual è il trend topic delle aziende italiane? La riorganizzazione, soprattutto se si tratta di aree che hanno un qualche rapporto con il digitale. Oggi i bit richiedono investimenti, tempo e pazienza: tre bestemmie, in tempo di crisi; ecco allora che i manager dediti a queste aree si vedono sfilare procure e competenze, poi si spostano, poi lasciano o vengono lasciati dalle loro aziende.
Ad un certo punto, però, arrivano i consigli di amministrazione, i comitati esecutivi, i bilanci: e compare la parola magica, riorganizzazione. Si spostano persone, si tagliano, si fondono direzioni o si scindono competenze, arriva qualche nuovo portatore sano di organigramma anglofono, ed ecco due nuovi Head, un senior strategist, un chief digital officer.
Intanto le settimane passano, tutti aspettano che la riorganizzazione sia finita, ma nessuno sa quando finirà. E intanto nessuno decide, tutto resta sospeso, in attesa che qualcosa accada.
Gli head hunter muovono le pedine e sposano formule esoteriche: “cerchiamo qualcuno che non sia del settore, così porterà idee nuove”,”l’azienda cerca dei giovani con esperienza”,”non è ancora un ruolo ben definito, per questo vogliamo una persona flessibile”.
Infine a qualcuno tocca levare l’amaro calice, ovvero innovare, cambiare, evolvere; in sintesi, rischiare. Ma come rischiare se tutto ti spinge a non farlo, se una bella analisi ti permette di dire che, in fondo, sarebbe bene, prima, riorganizzare un po’ le cose?
Bisognerebbe stabilire una moratoria delle riorganizzazioni e obbligare chi decide a farlo davvero; investire o no, nel digitale? con quali obiettivi? con quali strumenti? si comprano aziende, si fondono esperienze, si sviluppa internamente? si riqualificano le persone o si punta a sostituirle progressivamente?
Vero è che andare dritti su una strada è rischioso, se si va veloci fermarsi può essere doloroso; ma se tutti gli altri intorno a te stanno correndo, non sarà bene accertarsi, almeno, che non stiano scappando da un pericolo letale?

Investimenti disperati e baraonda digitale

Susanna Camusso è a favore della TAV; non perché sappia esattamente di che cosa si tratti, ma perché “il paese ha disperatamente bisogno di investimenti”. Ora, mi pare una dichiarazione infelice e figlia della paura di dire dei NO quando servono, e questo è uno di quei casi.

La CGIL si preoccupa di creare occupazione nel Paese, e questo è meritorio: andrebbe allora fatta una battaglia perché si sfidino le persone di buona volontà a proporre un modo più furbo di spendere i soldi allocati sulla TAV; più furbo per la Valsusa, noi, l’Europa, il Corridoio 5 ed il futuro dei nostri bambini (gli unici che hanno qualche speranza di vedere l’opera completata).

Ad esempio, e se prendessimo i soldi della TAV e li usassimo per accelerare imprese digitali; il sottoscritto lavora con H-Farm, un acceleratore privato. Vi assicuro che con un centinaio di milioni di euro in più a disposizione (quindi una frazione infinitesimale dei soldi della TAV), e con un po’ di bravura e di fortuna, tra i 5.000 e i 10.000 posti di lavoro, per lo più giovani, si creano, e comunque si investe nella direzione giusta, quella che non buca le montagne ma le scala con la fantasia.

Peraltro, si eviterebbe tutto questo chiacchierare un po’ salottiero sul digitale, le agende digitali, i protocolli, il fondo del fondo di fondi: servono competenza, denaro e un’università che indirizzi i ragazzi (anche) verso il mondo del web, del mobile, della tecnologia applicata etc.

Il digitale non è il bene assoluto, è uno strumento per costruire attività nuove, sperabilmente utili a cambiare in meglio il nostro mondo; e non deve essere la nuova vacca da mungere, ovvero, i fondi pubblici, se si spenderanno, non dovranno essere usati (ad esempio) per:

- convegni, manifestazioni, relatori più o meno affermati; pregasi usare sponsor;

- mentorship, advisors, tutor, management fees: pregasi usare i soldi di VC o fondi.

I soldi pubblici vadano, via acceleratori o fondi, 100% nelle aziende, e poco alla volta; io darei pochi milioni a chi fa questo mestiere, poi ci si rivede tra 24 mesi per un primo consuntivo. Chi fa bene, riceve molto di più, gli altri si vede. Così si parte e si vede se siamo capaci di combinare qualcosa.

Non è immaginifico, voi affidate i vostri soldi a chi li gestisce bene, o no? Quindi, chi usa soldi pubblici guadagna (anche molto) se fa guadagnare il Paese, in termini di occupazione creata, valore prodotto, asset tangibili. Sennò, a parte l’abilità tutta italiana di far ingoiare i soldi da dei buchi neri, rischieremmo anche di favorire le dinamiche, di cui pare antipatico parlare, di molti celebrati fondi della Silicon Valley: quelli che si scambiano favori e inseguono investimenti a volte avventurosi, facendo operazioni finanziarie che sono difficilmente giustificabili economicamente: si chiama carta contro carta, o far circolare velocemente il denaro. Poi arriva una quotazione alla Facebook e tutti rientrano.

But, this is not America…